Karneval der Kulturen © il Deutsch-Italia

Nel 2007 una sentenza emessa dal tribunale di Hannover provocò un’ondata di polemiche che giunse fino a Roma. In quel verdetto il giudice tedesco applicò uno sconto di pena all’imputato di violenza sessuale e tortura ai danni della sua convivente, per via delle sue origini sarde. Nella sentenza si poteva leggere testualmente: «Man muss die besonderen kulturellen und ethnischen Prägungen des Angeklagten berücksichtigen. Er ist ein Sarde. Das in seiner Heimat vorherrschende Männer- und Frauenbild kann zwar nicht als Entschuldigung dienen. Aber es müssen mildernde Umstände in Betracht gezogen werden“Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato. È un sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusante, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante”. L’uomo fu condannato a 6 anni di carcere invece dei 10 previsti dalla legge per casi analoghi. La sentenza multi-culturalista fece scalpore e costituì un precedente che con l’arrivo nel 2015 di oltre un milione di migranti mediorientali, è diventato ancora più pericoloso. Il che rende ormai necessario mettere in discussione il modello sottostante la sentenza scandalo: il multiculturalismo.

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Le origini del movimento multi-culturalista risiedono nel movimento nordamericano per i diritti civili degli anni Sessanta che rivendicavano l’uguaglianza istituzionale di determinati gruppi minoritari, allora marginalizzati, come afroamericani, ispanici, omosessuali ecc. Fu in quell’ambito che si iniziò a parlare di diverse identità socio-culturali rivendicandone la pari dignità e il pari peso sociale all’interno di una nazione. La società auspicata dal movimento multi-culturalista pertanto, si fonda sul principio del riconoscimento e della valorizzazione delle differenze e mira alla creazione di una società cosmopolita, multirazziale, multi religiosa e multilinguistica formata da individui che hanno perso qualsiasi sentimento patriottico verso il proprio Paese d’origine e che, si presuppone, siano per questo privi di pregiudizi.

Per la sua concreta attuazione il progetto multi-culturalista utilizza due leve: a) La leva di programmazione politica, vale a dire un progetto di riformulazione della società finalizzato a renderla sensibile alle diversità culturali attraverso l’introduzione di trattamenti giuridici differenziati in base all’appartenenza di gruppo (culturale, etnico, religioso, linguistico, sessuale) e attraverso misure legislative volte a garantire ai gruppi minoritari quote riservate e percorsi di inserimento sociale; b) la leva ideologico-normativa, ossia un palinsesto ideologico mirante a rimettere in discussione alcuni capisaldi della dottrina liberal-democratica alla base dei sistemi socio-politici occidentali fondati sulla responsabilità individuale, con lo scopo di promuovere un modello di integrazione sociale non più basato sulle tradizionali strategie assimilazioniste, ma incentrato sul riconoscimento di un diritto alla differenza e relativo conferimento di uno spazio di autonomia alle comunità subnazionali.

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Alla base del processo multiculturale vi è il concetto di identità culturale. Nel mondo occidentale contemporaneo essa viene intesa come una rappresentazione che il singolo individuo fa di sé stesso durante l’iterazione con gli altri. Essa quindi non è più dettata dal ruolo che la tradizione storico-culturale assegnava all’individuo in passato, ma è il processo di una “creazione” grazie alla quale l’individuo compone il proprio bagaglio culturale come un patchwork personalizzato. La conseguenza è che non essendoci più un ruolo assegnato dalla tradizione, ma “creato” dal singolo, il riconoscimento non è automatico, bensì deve essere conquistato, con relativa moltiplicazione dei conflitti per ottenerlo. Per fare un esempio, un patchwork identitario oggi di gran moda è quello della donna occidentale islamica con velo, femminista e attivista LGBT. Un impasto di ideologia post-marxista, movimentismo e religione che fa a pugni con se stesso, ma che cionondimeno costituisce l’identità culturale di individui che si vedono come i cittadini di un mondo nuovo. È chiaro che per non implodere, un’identità culturale così contraddittoria deve fondarsi solo sull’ombra di quei concetti di cui si fa vanto. Quindi, nel caso sopracitato, un femminismo e un islamismo a la charte da cui, come dallo scafale di un supermercato, si pescano le idee più stimolanti ignorando ciò che c’è attaccato sotto.

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Un secondo pilastro del multiculturalismo sono i processi migratori e l’introduzione delle relative diversità culturali importate all’interno di un Paese. Anche qui si impone il diritto alla cultura identitaria, inteso come diritto a vivere secondo i principi del proprio gruppo etnico /culturale / religioso di appartenenza, soltanto che in questo caso l’identità non è creata dall’individuo, ma dettata dalla tradizione del gruppo di appartenenza. A tale scopo lo Stato si impegna per consentire a coloro che si identificano culturalmente con una specifica comunità a mantenere, salvaguardare e promuovere quella differenza culturale, la cui dignità e peculiarità deve essere riconosciuta e rispettata anche dagli altri. Si noti che in questo caso il diritto all’identità culturale prevede un rapporto tra Stato e comunità culturale, e non tra Stato e individuo. In altre parole, il diritto all’identità culturale non appartiene all’individuo, come nel caso dell’identità culturale descritta in precedenza, ma può essere esercitato solo se lo richiede una comunità. In questo senso il concetto di comunità culturale diventa quasi sinonimo di nazione e, nei casi estremi, può portare una comunità etnico – culturale all’autogoverno su una parte di territorio in cui quella stessa comunità risulti maggioritaria. I diritti culturali riconosciuti non sono individuali, ma collettivi in quanto è il gruppo sociale (etnico, religioso ecc.) Natale Di Rosso Donne Mini Natale Kanpola Vestito 06 Lunga Stampati Abito Di Signore Manica a beneficiarne e l’individuo ne tre vantaggio non in quanto cittadino, ma esclusivamente come appartenente a quel determinato gruppo sociale. In questo modo si impone un concetto di cittadinanza differenziata con relativo trattamento diversificato dei membri di una società.

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Il multiculturalismo, esercitato rivendicando i diritti culturali finalizzati a salvaguardare la specificità culturale e identitaria, dà così origine a un curioso regime di apartheid culturale. Per i cittadini autoctoni, occidentali e liberal vale il principio di identità culturale individuale, scelta in modo autonomo seguendo le proprie inclinazioni o gusti personali spesso influenzati dai media, mentre per i gruppi etnici stranieri vale il principio di identità culturale del gruppo, la quale si fonda sui ruoli che la tradizione di quel determinato gruppo assegna ai suoi membri. Va notato come ciò rappresenti esattamente quel tipo di costruzione identitaria fondata sulla tradizione, che il multiculturalismo si era ripromesso di de-strutturare.

Contro il multiculturalismo si possono muovere tre obiezioni. In primo luogo, affinché una società disomogenea com’è quella multiculturale, costituita da gruppi / etnie / religioni / orientamenti sessuali e culture diverse non imploda su se stessa, occorre che le forze centrifughe potenzialmente disgregatrici date dai diversi gruppi culturali siano bilanciate da una forza centripeta che tenga unita la società attorno a un centro gravitazionale. Qualora questo centro venisse a mancare, o s’indebolisse oltre misura, le forze centrifughe avrebbero il sopravvento e potrebbero alla lacerazione della società con conseguenze fatali. Dal momento che patriottismo e nazionalismo sono banditi dalla società multiculturale, l’unico collante contro il suo disgregamento è rappresentato dalle costituzioni dei rispettivi Paesi che indicano i principi generali e i valori sui quali tali sistemi si fondano. Può però accadere che tali principi siano in contraddizione con i valori delle culture identitarie dei gruppi che costituiscono la società. È il caso ad esempio delle Sharia Court inglesi. In Inghilterra le corti islamiche possono legalmente risolvere contraddittori legati al diritto economico, familiare e religioso delle comunità musulmane. Nel caso di divorzi il problema sta proprio in ciò che prevede la sharia, e cioè che gli uomini ricevano il doppio delle sostanze delle donne, il divieto per i non musulmani di ereditare alcunché, così come per i figli nati fuori dal matrimonio e quelli adottati. Principi palesemente in contrasto con il principio fondamentale di eguaglianza degli individui di fronte alla legge sancito dalle nostre costituzioni. Con l’aumentare della popolazione musulmana il protrarsi e l’estendersi dei tribunali islamici rappresentano delle violazioni sempre più gravi dei principi fondamentali delle leggi inglesi e quindi di quel centro gravitazionale che tiene insieme la società anglosassone. Il processo è potenzialmente esplosivo perché crea sistemi paralleli di giustizia spesso in contradizione tra loro e nessuna nazione è in grado di sopravvivere a queste lacerazioni.

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In secondo luogo il multiculturalismo, nell’attribuire ai gruppi identitari dei diritti collettivi, li fissa ai loro rispettivi valori relativi presupponendo con questo che non siano in grado di evolversi da essi. In questa formula risiede il razzismo strisciante praticato dai cosiddetti “difensori delle diversità” i quali sembrano considerare la persona nata in un’altra civiltà alla stregua di un sub umano incapace di adattare il suo comportamento a regole e valori diversi e probabilmente molto più adatti al suo nuovo contesto di vita. In altre parole il multiculturalismo nega qualsiasi forma di progresso individuale, nega l’emancipazione dell’individuo dalla sua comunità di origine e lo riconsegna eternamente alle sue tradizioni tribali.

In terzo luogo il multiculturalismo, nell’accettare senza mettere in discussione i valori relativi dei gruppi identitari, può implicitamente accettare pratiche assolutamente contrarie ai diritti umani quali l’infibulazione, il matrimonio imposto a minorenni o altre abitudini tribali praticate da alcuni gruppi etnici. Sostenere che, in virtù dell’esaltazione delle differenze viste come pregio in sé, tutte le tradizioni culturali siano uguali è pura follia. La mutilazione dei genitali femminili in uso in alcune regioni africane è una barbarie e basta e come tale va rigettata universalmente. Negare queste realtà porta alla costituzione di società parallele indifferenti le une alle altre che non hanno nulla in comune, nemmeno i diritti fondamentali della persona. In questo modo l’integrazione diventa di fatto impossibile e a lungo andare si prepara il terreno a devastanti conflitti etnici e religiosi. Eppure, nonostante la sua palese insostenibilità, il modello multi-culturalista continua ad avere credito presso le élite politiche e intellettuali occidentali.

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L’ossessione identitaria dei multi-culturalisti, coltivata in modo particolarmente accanito dalle élite intellettuali occidentali, è in parte ascrivibile al transfert operato dalle sinistre dei Paesi occidentali, per controbilanciare il fallimento storico della loro missione rivoluzionaria. Dal momento che la rivoluzione del proletariato ad Est diede i frutti che diede e in Occidente fu rigettata dalle masse dei lavoratori che optarono per la via democratica chiudendo di fatto ogni prospettiva rivoluzionaria fondata sulla violenza, l’unico modo per cambiare radicalmente la società e abbattere il paradigma oppressivo-capitalista, rimane “l’incidente” auspicato da Marcuse [1]. In esso le retroguardie rivoluzionarie marginalizzate delle società industriali si sarebbero dovute alleare con i disperati provenienti dai Paesi del terzo mondo per dare forma a un nuovo soggetto storico in grado di abbattere il capitalismo e costruire un nuovo “sol dell’avvenir”. Visto in quest’ottica il multiculturalismo non è altro che un prodotto derivato dell’ideologia postmarxista che, proprio come i suoi omonimi finanziari, oltre a essere fabbricato a tavolino, occulta ciò che contiene al suo interno, aumentando così il rischio di tossicità della sua applicazione.

È giunto il tempo di superare questo concetto ormai obsoleto e guardare avanti tenendo presente da un lato quanto stabilito da Hans-Georg Gadamer, per il quale una comprensione e una coesistenza tra culture diverse è possibile solo in presenza di un denominatore storico comune, e dall’altro quanto proposto dal “transculturalismo” che rappresenta la frontiera più avanzata del dibatto sull’integrazione in Germania, portato avanti dalla giurista e attivista per i diritti delle donne Seyran Ateş. Tale idea riparte dalla responsabilità dell’individuo, e non del suo gruppo culturale o religioso di appartenenza. Il soggetto responsabile è consapevole di essere, per alcuni aspetti, straniero a se stesso, e questo lo rende capace di riconoscere lo straniero nell’altro. Per agire nel mondo egli si appoggia alla nozione di Leitkultur, cultura guida, che deve essere quella del Paese ospitante verso la quale le culture minoritarie presenti sul territorio devono orientarsi.

La nuova strada è così tracciata: si tratta di abbandonare i vittimismi e i piagnistei identitari per riscoprire l’importanza dell’emancipazione individuale fondata sulla responsabilità della persona e del suo agire nel mondo. Soltanto in questo modo si potrà uscire dall’impasse creata dai multi-culturalisti e tracciare un futuro meno cupo.

[1] Herbet Marcuse “L’uomo a una dimensione”

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Multiculturalismo: il dibattito in Germania nella tv pubblica

© ARD